Disturbo Ansia Sociale DAS


Disturbo Ansia Sociale DAS

dott. Stefano Caruson, dott.ssa Paola Tridente

Al fine di comprendere meglio il DAS, il disturbo d’ansia sociale, riportiamo un esempio chiave che dimostra quali le sensazioni ed i disagi di chi vive questo disturbo.

HO PAURA DI NON RIUSCIRE A LIBERARMI DA QUESTE MIE ANSIE…La mia vita è un costante fallimento, non sono riuscita a concludere mai nulla” scrive L., 30 anni. “…a conti fatti mi sono resa conto che le mie ansie mi hanno tolto l’opportunità di lanciarmi in un nuovo lavoro, di vivermi appieno una relazione dalla quale oggi mi rendo conto di essere fuggita via… voglio uscirne e non so come fare…vi prego di aiutarmi!”

Ecco cosa ci scrive L., una giovane donna che, stremata dalle difficoltà che vive, decide di chiederci aiuto.

In questa lettera L. scrive di sé, ci racconta della sua vitae soprattutto del suo malessere, motivo principale che l’ha spinta a contattarci. Racconta di soffrire di una profonda depressione, causata da quelli che L. definisce i “costanti fallimenti nella sua vita”.

  1. scrive: “Non mi sento in grado di poter trovare un lavoro gratificante, fare nuove amicizie, andare alle feste, fare shopping oppure la spesa al supermercato, o semplicemente di intraprendere una conversazione. Mi sento sempre inadatta e a disagio nelle interazioni sociali. Quando sono a contatto con gli altri, soprattutto con persone che non conosco, mi capita di provare un forte senso di vergogna: arrossisco, tremo, le mani mi sudano e inizio a balbettare. Temo che le persone possano percepire il mio disagio e di apparire ridicola e goffa agli occhi degli altri…mi sento costantemente giudicata ed osservata”. Continua ancora: “Sono stanca di tutta questa situazione, vorrei solo avere una vita normale. Vorrei poter svolgere le attività di tutti i giorni senza avere sempre paura del giudizio altrui, proprio come fanno tutti”.

In particolare le situazioni nuove sono quelle che le generano una fortissima ansia, che L. definisce “stupida e irrazionale”. Non è mai riuscita ad ottenere una stabilità, né lavorativa né sentimentale, poiché i giorni che precedono un appuntamento vengono vissuti da L. con una forte inquietudine ed ansia.

È proprio tale stato d’animo che spesso la conduce ad evitare la situazione temuta, oppure ad affrontarla in una condizione di forte tensione.

Le difficoltà sembrano iniziare già da piccola: “A scuola ero una bambina molto timida. Non mi piaceva molto giocare con gli altri bambini, spesso mi isolavo e non avevo molti amici”.

“Mio padre è sempre stato il mio punto di riferimento” scrive L. “A volte, però, mi faceva sentire profondamente sbagliata. Mi è capitato, e spesso mi capita ancora, di ricevere da lui critiche per tutto quello che faccio. Quando ero piccola mi faceva notare che avevo sbagliato anche in presenza dei parenti o dei miei amici, mettendomi in ridicolo davanti a loro”.

 

Consegue con molte difficoltà la laurea Triennale in Biologia al termine della quale decide di non proseguire con gli studi proprio a causa di queste sue difficoltà nello svolgere performance in pubblico. L. scrive “il momento più brutto era l’attesa del giorno dell’esame, ripetevo gli argomenti in continuazione per la paura di dimenticare le cose o di avere un vuoto di memoria. Quando stavo davanti al professore iniziavo a sudare, mi tremava la voce, avevo la gola secca. Mi sentivo come in una bolla e mi batteva fortissimo il cuore. Quante volte sarei voluta fuggire da quella situazione!”.

Si osserva che nel corso degli anni L. inizia a convincersi sempre più della sua incapacità nello svolgere una vita normale a contatto con gli altri, senza doversi per forza sentire giudicata o inadeguata. Questa situazione si ripercuote soprattutto nella ricerca di un lavoro. Si ritrova, quindi, a svolgere solo lavori che non richiedono un contatto con gli altri e qualora questi lo richiedessero L. lascia tutto per cambiare. Attualmente vive a casa dei genitori ed è alla ricerca di una nuova occupazione che le consenta di sentirsi realizzata.

 

La storia di L. è una situazione molto comune per persone che soffrono di questo tipo di disturbo d’ ansia sociale.

Sin da piccola era considerata una ragazza timida e solitaria ma questo suo modo di essere non risultava così invalidante da limitare il normale svolgimento delle attività quotidiane.

La situazione cambia invece crescendo, la timidezza di apparire in pubblico diventa un vero e proprio ostacolo che la porta a cumulare una serie di “fallimenti”: non prosegue con gli studi, non riesce a trovare un lavoro e non istaura nuovi rapporti sociali.

E’ importante, però, non confondere la timidezza o la vergogna di apparire in pubblico col disturbo d’ ansia sociale. Questi, seppur fattori predisponenti, non posso essere considerati come necessariamente anticipatori del disturbo. La vergogna o la timidezza sono tratti di personalità comuni a molti individui che non portano inevitabilmente la persona ad evitare ripetutamente una situazione e non risultano essere invalidanti a tal punto da poter parlare di disturbo.

Il disturbo ansia sociale (DAS), noto anche come Fobia Sociale, di cui soffre L. e come lei tanti altri, è un disturbo pervasivo che va ad interferire con il normale svolgimento della vita quotidiana del soggetto.

Si caratterizza di un’intensa e marcata paura o ansia relativa a situazioni sociali, in cui la persona che ne soffre tende frequentemente ad evitare situazioni che la espongono al giudizio altrui oppure ad affrontarle con ansia e paura. La persona reagisce allo stress sociale attivando risposte fisiologiche: prova sentimenti di imbarazzo, rossore, accelerazione del battito cardiaco, vuoti di memoria, difficoltà ad articolare parole di senso quando è in presenza di altre persone.

L’individuo è perfettamente consapevole dell’illogicità e irrazionalità delle sue ansie, nonostante ciò si avverte l’impossibilità di gestirle. Quando è in presenza di situazioni per lui scomode, si genera la così detta ansia anticipatoria. Questa, spesso, si presenta anche molto prima dell’evento scatenante e sembra risultare eccessiva rispetto all’evento che la determina. Tale condizione porta il soggetto a non riuscire a vivere serenamente la quotidianità e ad un’assenza di integrazione all’interno del proprio ambiente sociale di appartenenza.

Nella popolazione generale, la Fobia Sociale rappresenta uno dei più comuni disturbi psicologici. Fino a qualche anno fa, però, non si conosceva la sua frequenza di insorgenza in quanto le persone affette tendono a non rivolgersi ad un esperto. Marks e Gelder (1966) furono i primi a descrivere la Fobia Sociale, riferendosi ad essa come ad una “paura di mangiare, bere, parlare, scrivere… in presenza di altre persone”, che aveva come caratteristica principale “la paura di apparire ridicolo agli occhi degli altri”. Solo alcuni anni più tardi viene attribuita alla fobia sociale la sua autonomia diagnostica con la sua introduzione, quale entità separata, nel DSM-III (American psychiatricAssociation: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, 3rd Edition, 1980).

Oggi il DAS viene classificato nel manuale diagnostico del DSM-5 come disturbo a sé.

L’esordio del disturbo in età adulta è alquanto raro, infatti il disturbo d’ansia sociale  si presenta generalmente durante l’infanzia o l’adolescenza. L’età media di insorgenza è sotto i 20 anni ed è stato riscontrato che a soffrirne sono più le donne che gli uomini ma questi ultimi sono quelli che maggiormente si rivolgono ad uno psicologo.

Quando il disturbo si presenta durante l’infanzia o l’adolescenza si riscontra una situazione in cui il bambino o adolescente con fobia sociale è un individuo che manifesta difficoltà relazionali non soltanto in presenza di adulti ma soprattutto con i coetanei. Il bambino può reagire, ad esempio, alle situazioni sociali aggrappandosi con forza alla madre, oppure piangendo perché non vuole separarsi da lei.

Un primo episodio di disturbo d’ansia sociale può scaturire in seguito ad un forte trauma o stress sociale, oppure può svilupparsi lentamente nel corso della vita del soggetto.

A contribuire allo sviluppo di tale disturbo vi sono dei Fattori di Rischio, quali fattori temperamentali (ad es. nevroticismo o inibizione comportamentale), genetici e fisiologici ma anche fattori ambientali come ad esempio un’anamnesi familiare positiva (DSM-5). Infatti, un individuo che ha o ha avuto un membro stretto della famiglia con tale disturbo è molto probabile che possa avere anche lui questo tipo di propensione.

Genitori eccessivamente apprensivi o ansiosi, oppure eccessivamente giudicanti ed ossessivi nei riguardi dei figli (come abbiamo anche visto nel caso di L.), possono contribuire nello sviluppo della fobia sociale andando ad inibire le normali abilità sociali dei propri figli.

 

Nell’effettuare una diagnosi di Disturbo Ansia Sociale bisogna osservare se si è in presenza di un disturbo che va ad interferire nelle situazioni sociali circoscritte oppure si estende ad un contesto generale.

Quando parliamo di Disturbo Ansia Sociale Specifico facciamo riferimento ad un soggetto che teme situazioni sociali circoscritte alla performance quali, ad esempio, parlare, scrivere, mangiare in pubblico (DSM-5). Una persona che reagisce ad una situazione sociale con tremore delle mani eviterà ad esempio di mangiare o bere in pubblico. I soggetti con fobia sociale specifica non tendono ad evitare o temere situazioni sociali in cui non devono “esibirsi”.

Il Disturbo d’ Ansia Sociale Generalizzato, invece, riguarda una condizione più generale del soggetto. La sua paura non è circoscritta a delle situazioni specifiche ma si estende a tutti quei contesti che prevedono l’interazione con altre persone (DSM-5). Questa paura o ansia quindi sarà protagonista in diverse situazioni del vivere sociale. Ad esempio l’interagire con un’altra persona per chiedere informazioni, oppure fare la spesa, andare alle feste, entrare in un negozio. La paura principale è quella di apparire stupidi, di essere presi in giro, di far accorgere gli altri del proprio imbarazzo, di balbettare o arrossire in situazioni che richiedono il relazionarsi con altri.

Nel trattamento del disturbo d’ansia ci si avvale sia di interventi psicologici che farmacologici, svolti singolarmente o in combinazione tra loro. Un percorso di tipo psicologico svolto dai soggetti con fobia sociale risulta essere di dimostrata efficacia.

Tra gli approcci terapeutici, quella di maggior efficacia risulta essere la terapia cognitivo-comportamentale. Questa, avvalendosi di diverse tecniche, va ad agire concretamente sulle difficoltà del soggetto. Nello specifico la terapia svolta su tali soggetti va ad individuare e modificare il contenuto di questi pensieri automatici negativi. Il fine della terapia è proprio quello di cambiare le immagini distorte che l’individuo ha di se stesso e del giudizio che gli altri possono avere su di lui, tutto ciò all’interno di un quadro di miglioramento delle abilità sociali.

 

Nonostante il successo della terapia psicologica in tale ambito sia conclamato, solo la metà delle persone affette da questo tipo di disturbo tende a richiedere un aiuto. Risulta, purtroppo, essere abbastanza comune che chi richiede un trattamento psicologico lo fa per motivi che esulano apparentemente dal disturbo sociale. Infatti, spesso, accade che il disturbo ansia sociale possa presentarsi in comorbidità con altri disturbi, quali dipendenze da sostanze o alcool ma anche depressione e disturbi sessuali. Ciò deriva dal fatto che chi ne soffre mette in atto delle strategie difensive per cercare di controllare o nascondere la propria fobia sociale.

Alcuni soggetti, ad esempio, sono portati ad ignorare la gravità del disturbo e si circondano di persone che tollerano facilmente le loro “particolarità” al fine di non sentirne più il peso. Di contro, però, restano bloccati nelle loro modalità disfunzionali che ne impedisce un cambiamento ed un’evoluzione positiva.

Altri invece ricercano “vie palliative” pur di non entrare in contatto con le loro difficoltà, rifugiandosi, ad esempio, in assunzioni di sostanze od alcool. Solo i più “coraggiosi” riescono a comprendere l’importanza e l’esigenza di un percorso psicologico.

Sicuramente riconoscere la necessità di un aiuto iniziale è un primo passo duro e difficile da compiere, ma solo affrontando tale iniziale difficoltà sarà possibile scorgere la discesa che ci si trova spianata davanti ed intraprenderne il cammino.

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Bibliografia

  • American Psychiatric Association: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, 3rd Edition, 1980.
  • American Psychiatric Association: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, 5th Edition, 2014.
  • Biondi M., Arcangeli T., Combined Treatment with Psychotherapy and Pharmacotherapy in social phobia: Comparison with only Pharmacotherapyatshort-term and follow-up in 23 patients, Rivista di Psichiatria, 2004.
  • Liotti G., Monticelli F., Teoria e Clinica dell’Alleanza Terapeutica. Una prospettiva cognitivo-evoluzionista, Cortina Editore, Milano, 2014.
  • Marks IM, Gelder MG, Differentage of onset in varieties of phobia, American Journal of Psychiatry, 123, 1966.
  • Pietrini F., Lelli L., Lo Sauro C., Faravelli C., Epidemiology of social phobia, Rivista di Psichiatria, 2009.